Home / Persone / Accadimenti / Nove settembre del ’43
Corazzata Roma
Corazzata Roma

Nove settembre del ’43


Non c’è nessuna intenzione di intervenire nell’aspra polemica tra la R.A.S. (Regione Autonoma Sardegna) e le compagnie aeree low-cost che si arrogano il diritto di orientare i flussi turistici secondo accordi ed interessi economici particolari che le vedono “farla da padrone” tra amministrazioni periferiche e sistema di imprese che operano in campo turistico.

Nel titolo pensato manca inoltre il richiamo al binario per indurre i cortesi lettori a propendere che si tratti delle indicazioni gracchiate dall’altoparlante di una stazione ferroviaria che annuncia l’arrivo un improbabile treno dei desideri…..

Non c’è neppure l’intento di vellicare insulse velleità guerrafondaie, in un periodo storico, come quello che stiamo attraversando, nel quale il “profumo” nauseabondo di violenza viene instillato ad arte, come rinnovata peste manzoniana, e ad opera di “untori prezzolati” dalle multinazionali delle armi di distruzione di massa.

corazzata roma corr.

Il riferimento del titolo è finalizzato a circoscrivere la vicenda storica di una corazzata (ex “Littorio”), vanto della Marina Militare Italiana, che aveva un appuntamento con la sorte avversa. Una vicenda conclusasi con la sepoltura in mare dei 1393 uomini che componevano il suo equipaggio, in fondo al bellissimo e tragico mare, al largo del Golfo dell’Asinara.

Qualcuno però, in quella data del 09 settembre 1943, era sull’isola dell’Asinara a saltellare sui suoi dieci anni e tra gli scogli, alle spalle di Cala d’Oliva, sul belvedere della strada che congiunge Cal d’Oliva a Punta Sabina e Cala dei Ponzesi ed ha potuto osservare, con curiosa attenzione, in lontananza, non tanto il convoglio di navi italiane quanto l’avvicinamento degli aerei alla zona di sgancio delle bombe.

Gianfranco Massidda

Era il piccolo Gianfranco Massidda che, pur non avendo la possibilità di vedere il convoglio di navi percorrere l’orizzonte a causa della grande distanza e della curvatura terrestre, ha tuttavia ascoltato il rombo dei motori degli aerei tedeschi e, poco dopo, il boato dell’esplosione della micidiale bomba segreta FX 1400 sganciata dai bimotori Dornier del tipo 217 k2.
Gianfranco racconta ancora oggi che vide un bagliore seguito dalla colonna di fumo alta citca quattrocento metri, levarsi dall’orizzonte e capì subito che qualcosa di grande era accaduto in quel giorno.

Ma se vogliamo parlare di Gianfranco che, dal lontano ’43 ha continuato ad avere, fino al ritrovamento del relitto della Corazzata Roma, un ruolo decisivo di stimolo nella spasmodica ricerca del relitto, oggi ci interessa sottolineare l’aspetto tragico, umano e misterioso di un appuntamento fatale che  questi 1393 uomini hanno avuto con le acque gelide del Golfo dell’Asinara.

Anna Vitiello. Intervista a Porta a Porta

Anna Vitiello. Intervista a Porta a Porta

Anna Vitiello

Altra persona che ha avuto l’opportunità di assistere all’evento dal Faro di Punta Scorno è stata Anna Vitiello di cui abbiamo parlato nell’articolo  (Maestrale a Punta scorno) relativo al salvataggio di alcuni pescatori di aragoste di Stintino.

interni della Corazzata Roma

interni della Corazzata Roma

Soprendenti coincidenze

Il convoglio italiano, composto da 4-5 navi da battaglia, e intorno le altre più piccole, per un totale di 20-25 navi, comandata dall’Ammiraglio Carlo Bergamini, ricevuto l’ordine alle 03,13 salpa dai porti di Genova e di La Spezia ed in esecuzione all’ordine impartito a seguito dell’armistizio, intende consegnarsi in porti controllati dagli alleati, ed ha inizialmente come punto d’arrivo il porto di La Maddalena.

Alle ore 13,00 nel corso della navigazione l’Ammiraglio riceve la comunicazione che il porto di La Maddalena è stato occupato dalle truppe tedesche le cui imbarcazioni giungono

ROMA110 sino alle bocche di Bonifacio, per cui la flotta italiana inverte la rotta con direzione il porto di Bona, oggi Annaba, (in Tunisia).

Dalle comunicazioni radio fra Supermarina e le Navi Italiane il 09 settembre del 1943 CC.FF.NN.BB:- Comando Forze Navali da Battaglia:
15,40-09- Da Supermarina a CC.FF.NN.BB. ” Supermarina 23124 PAPA Cifr.19. Davanti Bona troverete nave  Inglese o Americana che indicherà porto da raggiungere (alt) armamento principale lancia siluri chiglia (alt) libertà di azione artiglieria antiaerea caso di attacco … ostilità da parte aerei (alt) ciascuna nave alzi pennello nero blu-scuro della massima grandezza possibile (alt) disegnare su ponti grandi dischi neri come segnale di riconoscimento per aerei (alt) in caso di incontro navigazione notturna accendere fanali di riconoscimento e segnalare con elettrosegnalatore gruppo Gamma Alfa (alt) 134509″.

Giunta nei pressi del Golfo dell’Asinara la flotta navale italiana viene attaccata da uno stormo di 10 aerei tedeschi (Dornier 217 K2) partiti da Istres (Marsiglia).

A causa dei controversi ordini seguiti all’armistizio, la reazione delle navi fu inconsistente, non solo, ma la contraerea che, sia pure tardivamente aprì il fuoco, impostò l’elevazione dei colpi della contraerea fino a circa 4000 m.  mentre i Dornier 217  tedeschi volavano ad una quota di almeno 5000 metri.
“L’argomento” decisivo, se così possiamo definirlo, fu però il nuovo ordigno bellico segreto, la bomba FX 1400 che i tedeschi non avevano mai utilizzato prima d’allora e che gli aerei custodivano nelle loro stive. Un’arma perforante dotata del sistema di puntamento radioguidato che consentiva al pilota dell’aereo di dirigere, via radio, la bomba sino al bersaglio.

Alle 15.45 una prima bomba colpisce la Roma.
Alle 15.50 una seconda.
Alle 16.10 la Roma affonda.
portando con se, in fondo al mare, centinaia di uomini.

Punto affondamento della Corazzata Roma - Campo interdetto

Punto affondamento della Corazzata Roma – Campo interdetto

(in calce il resoconto dell’intervista a Francesco Saverio Bernardi uno dei pochi superstiti dell’affondamento)

Poi … decenni di oblio

Inizia, con fasi alterne, la ricerca del punto di affondamento della Corazzata Roma che culmina il 28 giugno 2012 con il ritrovamento del relitto ad opera di un team di ricerca guidato dall’ingegnere Guido Gay.

Il relitto della corazzata è stato rinvenuto a 1000 metri di profondità ed a 16 miglia dalla costa sarda  nel Golfo dell’Asinara dopo decenni di ricerche.

Si ringrazia per le immagini ed il video, la Marina Militare Italiana.

La trasmissione di Porta a Porta (opportunamente ridotta) in cui si è parlato ampiamente dell’affondamento.

 

 

 

Impressioni sull’affondamento della Regia Nave Roma di Francesco Saverio Bernardi (Aspirante Guardiamarina su Nave Roma)

Siamo in navigazione fuori dalle Bocche di Bonifacio quando, sulla Stazione di Tiro mitragliere dove io mi trovo dall’inizio della navigazione, avvistiamo 5 aerei che ci sembrano nazionali, dirigenti su di noi a quota di oltre 6.000 metri. Diamo l’avvistamento alla plancia che li riconosce per aerei germanici.

Osserviamo bene e da uno degli aerei si stacca una massa non ben definita: sulle prime mi sembra un aereo colpito (tale impressione è anche di alcuni puntatori dell’SDT). Tale massa cade a mare vicino alla poppa di un incrociatore che naviga davanti a noi alla nostra dritta. Essa provoca un’enorme colonna d’acqua.

Penso allora che sia una bomba d’aereo di grossissimo calibro.

Nello stesso istante a bordo della nostra nave batte l’allarme aereo (sono le ore 15:45). Siamo decisamente attaccati da questi 5 aerei che sganciano su di noi. Seguiamo il secondo attacco condotto da un aereo che prende come bersaglio proprio la “Roma”. Ci viene di prora e quando si trova circa allo zenit, lancia la bomba. Si nota al di sotto dell’aereo una grossa fiammata, tanto da sembrarci colpito da una granata, dopo di che si vede immediatamente e chiaramente la scia che la bomba lascia. Si segue magnificamente e ce la vediamo diretta sulla nostra testa. Gridiamo alla plancia di accostare.

A una quota minore si distingue perfettamente la bomba che ingrandisce rapidamente. È uno spettacolo terrificante. La vedo cadere a mare all’ altezza del barcarizzo di poppa sulla nostra dritta. Un altro aereo che ci attacca di poppa sgancia su di noi e ci colpisce sulla dritta. La nave subisce un fortissimo scossone e sbanda lievemente sulla dritta. Nell’SDT c’è molta confusione. Vogliamo metterci a ridosso, ma il comandante Giugni ci ordina di rimanere al nostro posto. Ritorniamo. Metto a posto la cuffia di allacciamento con la plancia e alcuni microfoni, i cui cavetti lasciati in disordine impediscono il libero movimento sull’SDT. Siamo i Guardiamarina Guidoni, Tropea, Vacca, Meneghini, l’Aspirante Scotto e io.

Il Sottotenente di Vascello Milani credo si sia ridossato in torrione perché non lo vedo. Assistiamo ad altri 3 sganci; le bombe ci cadono fuori bordo più o meno lontano, sempre seguendo la scia dal momento del lancio fino al momento dell’esplosione. Mi fa impressione il fatto che queste bombe non fanno assolutamente parabola. SulI’SDT nessuno è più al suo posto. Ci sentiamo molto agitati, nonché risentiti verso la plancia perché non si accosta, cercando di evitare le bombe. Un denso fumo comincia a levarsi tra il torrione e il fumaiolo prodiero, dove siamo noi.

Assisto intanto a un sesto lancio da parte di un aereo che ci attacca di prora: seguo la bomba, odo il fischio lacerante poi una tremenda esplosione, seguita da una immensa fiammata, mi investe e mi fa precipitare. Ho la netta sensazione di rotolarmi in un baratro di fumo e di fiamme. Il puzzo di polvere bruciata mi colpisce talmente le narici, che ancora oggi mi fa senso il sentirlo. Credo di morire. L ‘istinto di conservazione mi fa raggomitolare per difendermi dai colpi. Mi copro il viso con le mani. Dopo un tempo che credo poter stabilire in 30 secondi circa, mi rialzo poiché sento che è ritornata un po’ di calma. Mi sento abbastanza bene tranne un forte bruciore alle mani e qualche ammaccatura. Mi cola un po’ di sangue dal naso. SulI’SDT non c’è più nessuno tranne il Guardiamarina Meneghini con la faccia insanguinata (ha due tagli sul cuoio capelluto) comincia a scendere a basso. C’è anche un corpo a terra che non identifico, lo tento di calarmi sulla torretta Direzione Tiro Medio Calibro di dritta – mi trovavo da quel lato -ma la vedo molto distante da me.

Vado allora sul lato sinistro e mi accorgo ora che l’SDT mitragliere è fortemente sbandata sulla dritta tanto che devo aggrapparmi ai monconi delle colonnine Direzione Tiro per portarmi dall’altro lato. Il metallo sotto le mie mani lo sento quasi rovente. Di lì salto sulla torretta DTMC di sinistra, quindi mi calo sulla piattaforma della torretta stessa e salto sull’albero di carico. Non penso neanche di usare le scalette. Salto dalla tuga direttamente in coperta, andando a finire coi piedi fra i congegni di una mitragliera binata da 20 mm (N:I2). In quest’ultimo salto mi devo essere distorta una caviglia perché quando giungo a poppa sento un forte dolore alla gamba destra. Giungo a poppa che la nave è già fortemente sbandata sul lato dritto tanto che l’acqua sta per toccare il trincarino. C’è già molta gente in coperta, ma nessuno si decide a buttarsi in acqua. Vedo il Cap. Med. Lorenzini che presta i primi soccorsi ad alcuni feriti. Gli chiedo del mio stato mostrandogli le mani. Nulla di grave, ma gli dico di guardarmi in faccia perché sputo sangue. Nulla di grave anche qui: e sempre il naso che cola. Mi sento un poco intontito e disturbato. Vedo il Ten. Russino e gli chiedo se dobbiamo buttarci a mare o aspettare. Vedo l’STV Cervone e gli faccio la stessa domanda. A poppa noto i seguenti ufficiali: Ten. G.N. Betti, Ten. G.N. Castracene, e G.M. Catalano che sostiene il Marò Del Vecchio ferito gravemente al braccio sinistro.

Intanto i primi si buttano in acqua, Incerto sul da farsi comincio a levarmi i lacci delle scarpe, poi butto via le scarpe stesse. Mi tolgo anche i pantaloni avendo però l’accortezza di levare tutto ciò che avevo nelle tasche per metterlo nella giacca. Salvo così il portafoglio con i denari e le fotografie di Marialuisa e Carla.

Giunge intanto a poppa il T.V. Incisa che ci incita a buttarci a mare perché la nave non si può più mantenere a galla. Gli vedo il viso molto ustionato. Mi butto a mare e l’acqua salata mi acutizza il bruciore alle mani. Nuoto male perché il piede mi fa male. Ma il salvagente mi sorregge bene. Mi allontano abbastanza rapidamente, ci sono vicino a me alcuni marinai che voltati verso la “Roma” mi dicono di guardare lo spettacolo, io non mi volto; sento queste parole: c’è ancora qualcuno aggrappato alle eliche – la nave si è rovesciata. Dopo qualche minuto mi volto anch’io e vedo la “Roma” rovesciata e spezzata in due: la prua è quasi verticale all’acqua. La visione mi inorridisce. Riprendo a nuotare e mi sento chiamare, da vicino. Non lo riconosco, gli chiedo chi sia, tanto è trasfigurato dalla bruciatura: è Scotto che mi chiede aiuto, non ci vede. Un pò per lo choc nervoso, un po’ per il dolore alle mani, non me la sento. Già c’era un marinaio, Lorenzini, che aiutava me. Mi avvicino al Cacciatorpediniere Mitragliere che per primo si è fatto sotto per ripescarci. Lorenzini mi aiuta sempre e ci spingiamo sotto la poppa del Caccia. Mi gettano la cima che agguanto con un po’ di sforzo per via delle mani. Alcuni marinai e un ufficiale mi issano a bordo e mi panano di peso nel quadrato dove già alcuni feriti ricevono le prime cure. Anche io vengo soccorso dopo i più gravi.

Un ringraziamento a Dio che mi ha salvato la vita.

20081017180107!Porto_Torres-Stemma

N.B. L ‘accensione della fiammata, notata al momento dello sgancio della bomba, era presumibilmente dovuta all’accensione dei “razzi guida” che servivano al puntatore per seguire la traiettoria della bomba e teleguidarla sul bersaglio. Da un primo tempo e fino al 1993, la convinzione era che oltre alla guida del comando radio, la bomba fosse anche a propulsione-razzo (cioè non a caduta libera). Il che fu smentito dagli stessi piloti degli aerei D021 7K: le bombe furono lanciate con caduta libera, ma teleguidata con un nuovo sistema di radiocomando

Per completare un argomento che non può certo considerarsi concluso, si riporta un bell’articolo pubblicato da “La Nuova Sardegna” l’11 settembre 2003 ad opera dello storico Aldo Borghesi che inquadra, dal punto di vista complessivo, il periodo storico entro cui iscrivere l’episodio dell’affondamento della Corazzata Roma, considerato un Atto di Resistenza.

“L’Italia verso la democrazia

Qualcuno – in Sardegna e fuori – forse si stupirà di nel vedere l’isola fra le poche località toccate dal Presidente della Repubblica durante le manifestazioni nel LX anniversario dell’8 settembre e dell’inizio della lotta di Liberazione. È luogo comune diffuso, infatti, che la Sardegna nulla abbia avuto a che vedere con quei fatti, e con l’armistizio la guerra vi sia terminata in modo incruento; qualcuno ne trae motivo di compiacimento, come se veramente da allora la Sardegna fosse rimasta estranea alla tragedia e ai lutti della guerra. Se davvero così fosse, perché fra i tanti luoghi che videro il dramma delle Forze armate, l’inizio sanguinoso dell’occupazione tedesca e le prime azioni della Resistenza, il Capo dello Stato avrebbe scelto di dare rilievo con la sua presenza proprio a quanto è accaduto sul mare prospiciente la Sardegna, nel golfo dell’Asinara ? È qui che si svolse uno degli episodi più dolorosi fra quanti furono diretta conseguenza dell’armistizio, ma allo stesso tempo più ricco di rilevanza simbolica nel cammino di rinnovamento che l’Italia intraprese in quei giorni cupi.

Anzitutto i fatti: è ben noto il modo in cui l’Italia mise fine nel settembre 1943 all’avventura della guerra fascista.

All’indomani del 25 luglio le truppe tedesche avevano rafforzato la presenza nella penisola e nelle zone di occupazione, preparandosi ad assumerne il controllo. La consapevolezza delle loro intenzioni ostili, la scarsa determinazione circa i comportamenti dopo l’armistizio e la conseguente assenza di un piano operativo, fecero sì che la pubblicazione del testo armistiziale provocasse la dissoluzione nell’apparato militare e statale italiano. La famiglia reale e il governo abbandonarono precipitosamente Roma, senza impartire ordini chiari sul da farsi; di conseguenza le forze armate finirono quasi tutte per sbandarsi: molti militari riuscirono a raggiungere casa, altri si nascosero e aderiranno in buona parte alla Resistenza, altri ancora, catturati, affronteranno da Internati Militari Italiani (IMI) una prigionia assai dura nell’Est e in Germania, cui solo una minoranza si sottrarrà con l’adesione alla RSI.

In questo drammatico frangente, la Regia Marina “tiene” senza significativi sbandamenti: l’armistizio prescrive la consegna del naviglio da guerra agli Alleati, ma Badoglio fino all’ultimo tace questa condizione persino al ministro Raffaele De Courten. De Courten trasmette anzi – la mattina del 7 settembre – all’ammiraglio Carlo Bergamini, da qualche mese comandante della squadra da battaglia dislocata a La Spezia, l’ordine di contrastare lo sbarco di Salerno. Dell’armistizio ormai concluso i membri del governo vengono informati solo l’8, poco prima che la radio italiana diffonda la notizia. La preoccupazione immediata è sottrarre la flotta alla cattura da parte tedesca: il ministro ordina a Bergamini di condurre la flotta a La Maddalena; l’ammiraglio gli fa presente che i suoi uomini – pronti a salpare contro gli Alleati, ed ora sconcertati di fronte al repentino capovolgimento della situazione – sono unanimemente orientati verso l’autoaffondamento. De Courten gli chiede di accettare le dure condizioni dell’armistizio in nome del bene del Paese, per alleviare la posizione dell’Italia di fronte ai vincitori, e gli assicura che a La Maddalena, base italiana, le navi non avrebbero dovuto ammainare la propria bandiera.

Bergamini, in un’arma come la Marina che passava per essere la meno legata al Regime, era considerato uno dei comandanti più filofascisti. Lo storico navale Giorgio Giorgerini scrive di lui: “ligio al dovere non si era mai immischiato in faccende o amicizie politiche, ma aveva sempre dimostrato grande ammirazione per Mussolini e fede nel fascismo, fu convinto assertore della guerra contro la Gran Bretagna…” e ipotizza persino un ministro preoccupato circa la possibilità che il comandante della squadra rifiutasse di ottemperare. Ma di fronte alla scelta cui viene posto, come gli altri soldati italiani in quei giorni, sono altri i valori che nell’ammiraglio prevalgono.

Nella notte la Squadra da battaglia esce da La Spezia, all’alba procede ad oltre venti nodi oltre Capo Corso: un imponente schieramento con le tre corazzate Roma, Vittorio Veneto e Italia (ex Littorio), gli incrociatori Eugenio di Savoia, Montecuccoli, Regolo, Garibaldi, Duca D’Aosta e Duca degli Abruzzi, otto cacciatorpediniere e cinque torpediniere. Bergamini è sulla Roma, la più moderna unità della Regia Marina, varata nel 1940, completata a costo di grandi difficoltà materiali ed entrata in squadra nel 1942; oltre 40.000 tonnellate di dislocamento, lunga 240 metri, oltre 1.900 uomini d’equipaggio. A mezzogiorno la flotta disposta in linea di fila inizia l’attraversamento degli sbarramenti di reti e campi minati nelle Bocche di Bonifacio.

La base navale della Maddalena era all’epoca una delle più munite d’Italia; le fortificazioni, ancora oggi in piedi, ospitavano cospicue artiglierie navali e contraeree, malgrado i bombardamenti aerei in rada della primavera avessero messo fuori combattimento gli incrociatori pesanti Trieste e Gorizia. Per la sua sicurezza era stata scelta durante i 45 giorni per ospitarvi Benito Mussolini – prigioniero eccellente da poco trasferito al Gran Sasso – ed il governo aveva in un primo momento deciso di trasferirvi dopo l’armistizio, oltre alla flotta, i Reali, comunicandolo la mattina dell’8 settembre al comandante, ammiraglio Bruno Brivonesi.

Le cose vanno in ben altro modo. All’annuncio dell’armistizio il generale Antonio Basso, comandante militare della Sardegna, aveva raggiunto con un accordo con il comandante tedesco Lungerhausen, cui consentiva l’evacuazione indisturbata dell’isola. I tedeschi avevano iniziato a ritirarsi verso i porti galluresi: 30.000 uomini, in gran parte della 90. divisione granatieri corazzata. Malgrado Basso disponesse di forze nettamente superiori – tra cui la divisione paracadutisti Nembo – non avrebbe opposto resistenza; per l’isola questo ha significato, certo, l’essere risparmiata dall’occupazione, ma non sembra che in Sardegna siano in molti a considerare che, passate le Bocche, le forze tedesche non si dissolsero nel nulla. Quel poderoso strumento bellico che era la 90. divisione, pur avendo subito perdite in Corsica e nella traversata verso la penisola, verrà schierato sul fronte di Cassino, poi nella Toscana centrale (dove nell’estate 1944 fermerà per dieci giorni davanti a Volterra gli Alleati in marcia verso l’Arno), nei rastrellamenti antipartigiani in Piemonte ( in valle Stura viene fermata per diversi giorni da meno di 700 partigiani male armati: assai meno dei soldati italiani di stanza in Sardegna), in Romagna ed infine, nell’aprile 1945, nel Cuneese, contribuendo in misura notevole a prolungare la durata della guerra sul fronte italiano.

Condizione essenziale per la sicurezza della ritirata tedesca è il controllo dell’arcipelago maddalenino: un commando sbarcato sull’isola si presenta il 9 settembre all’Ammiragliato, mentre gli ufficiali sono a pranzo, e li prende prigionieri senza colpo ferire; i tedeschi sono una sessantina, i militari italiani della base parecchie migliaia. L’ammiraglio Brivonesi sa bene che a La Maddalena si sta dirigendo in cerca di scampo la squadra navale, ma sceglie di obbedire agli ordini del gen.Basso e lasciare che i tedeschi passino, adoperandosi inoltre per far cessare la reazione armata che contro di loro suscitano alcuni ufficiali subalterni e marinai. I combattimenti della Maddalena provocano 24 morti italiani – tra cui gli ufficiali medaglie d’oro Avegno e Veronesi – ma non possono ormai ribaltare una situazione che avrà conseguenze esiziali per il destino della Roma.

Con La Maddalena in mano tedesca, poco dopo le 13 la flotta riceve l’ordine di dirigere sul porto algerino di Bona; ormai nelle acque delle Bocche, Bergamini inverte la rotta. Qualche ora più tardi, i bombardieri tedeschi trovano la flotta non sotto l’agguerrita difesa delle artiglierie della base, ma in pieno golfo dell’Asinara e priva di copertura aerea. Dopo un primo attacco, alle 15.50 un gruppo di bimotori Dornier 217 sgancia sulle navi italiane alcune bombe con motore a razzo, precise e micidiali. L’Italia viene colpita; la Roma incassa due bombe che provocano esplosioni a catena e incendi. Nelle immagini e nel vivido ricordo dei superstiti campeggia l’impressionante scenario della Roma squarciata e devastata: la nave sbanda sulla dritta, si capovolge, si spezza in due tronconi che colano a picco. Tutto si è svolto in poco più di venti minuti, pressappoco a diciotto miglia da Cala d’Oliva e da Castelsardo (posizione ufficiale; 41°08’N 08°09’ E). Su un fondale di diverse centinaia di metri riposano 1350 dei 1948 uomini imbarcati sulla Roma; con loro, anche Carlo Bergamini.

Poco lontano, si consuma il sacrificio di due piccole unità. I cacciatorpediniere Da Noli e Vivaldi, che da Civitavecchia ricevono l’ordine di riunirsi alla squadra navale affondando i mezzi tedeschi nelle Bocche, quelli cui dalla Sardegna era stata data via libera; il Da Noli salta su una mina, il Vivaldi si inabissa al largo dell’Asinara: su oltre 500 uomini meno di metà si salva, e molti vagano in mare per giorni prima della salvezza. Alcune navi sottili imbarcano i naufraghi della Roma, circa seicento, e dirigono sulle Baleari, dove vengono internate a Port Mahon. Qui scrive una grande pagina di solidarietà Fortuna Novella: carlofortina, unica italiana residente a Mahon, ella si prodiga nell’assistenza ai marinai e per mesi fa loro da madre: nel paese d’origine le è stata intitolata una calata del porto e nel portale www.carloforte.it si può leggere la sua bella storia.

La flotta italiana prosegue frattanto la sua rotta verso l’Algeria e successivamente per Malta: la mattina dell’11, scortata dalle navi da battaglia inglesi di cui era stata valorosa nemica, le bandiere al vento ma innalzati i segnali di resa, è davanti La Valletta. La attende un cammino doloroso; ma non è caduta in mano ai tedeschi, che al proprio fianco avranno per lo più i marò della Decima MAS, valorosi combattenti ad Anzio ma impiegati anche nella lotta antipartigiana, nella quale scrivono diverse pagine non proprio onorevoli. Verranno poi la cobelligeranza, la cessione di unità con il trattato di pace del 1947, un difficile dopoguerra; con la scelta del 9 settembre la Marina italiana ha tuttavia ricominciato a scrivere la propria storia di Forza Armata in un paese libero.

L’affondamento della Roma, per le circostanze in cui è avvenuto e il grande numero di vittime, ha sempre esercitato una profonda impressione nel paese: l’elenco dei Caduti (pagine di scarni quanto impressionanti dati anagrafici) vede rappresentata ogni regione d’Italia; la Sardegna vi figura con una quarantina di nomi. Due ufficiali, molti sottufficiali, parecchi marò: cagliaritani, carlofortini, maddalenini per lo più. Talvolta ragazzi: uno di loro festeggiava, quel 9 settembre, i suoi ventitrè anni; un altro ne avrebbe compiuti venti il giorno dopo.

Gli anziani di Portotorres ricordano l’altissima colonna di fumo nero levatasi a segnalare il disastro. Nel 1993 per iniziativa dell’Associazione Marinai, della Lega Navale Italiana e dell’Amministrazione comunale è stato realizzato un ricordo monumentale ai Caduti della corazzata, che si aggiunge agli altri di Santo Stefano e di Port Mahon: il 25 aprile, da un paio d’anni ci si raduna lì per un omaggio, perchè quella è una delle poche “pietre della libertà” in Sardegna. All’inaugurazione, il comandante di Marisardegna rivendicò con forza il carattere di momento fondante della Resistenza italiana che la vicenda dellaRoma assume: il rifiuto di arrendersi ai tedeschi e collaborare con essi è la scelta che senza dubbio accomuna tutti i resistenti, al di là del movente che questa scelta ispirò. Gli uomini della Roma non erano i partigiani che solo pochi giorni dopo avrebbero cominciato a salire in montagna; non lo erano i soldati della divisione Acqui massacrati a Cefalonia; nè quelli che nell’isola greca di Leros avrebbero tenuto testa ai tedeschi fino a novembre; nè i seicentomila IMI fermi nel rifiutare il collaborazionismo anche davanti a freddo e fame. Ma a tutti è comune la matrice della scelta: opporsi alla macchina bellica del nazifascismo. Ed è stata, la loro, la scelta che ha consentito la nascita di un’Italia libera; tutti i destini umani nella tragedia bellica meritano un assorto rispetto: ma la scelta della quale essere grati, da portare ad esempio a generazioni che vogliano vivere in un mondo libero e senza guerre è questa. Ed è questo che il Presidente Ciampi viene a ricordare e a ribadire martedì 9.

Nella memoria delle famiglie, di quelle giovinezze spezzate sono rimasti ricordi, ormai di vecchi, e foto ingiallite di ragazzi che sembrano scattate sul set di Poveri ma belli.
Non si è perso, in chi li ha conosciuti e in chi, più giovane, se li è sentiti raccontare in famiglia, il senso dell’infinita ingiustizia della guerra.
La loro scomparsa è una ferita che ancora duole.
Forse, dai fondali dell’Asinara, anche le centinaia di ragazzi della Roma ci chiedono quel che in una sua poesia Primo Levi attribuiva ad un giovane partigiano morto:

                        Che questa mia pace duri,
                        Che perenni su me s’avvicendino il caldo ed il gelo,
                        Senza che nuovo sangue, filtrato attraverso le zolle,
                        Penetri fino a me col suo calore funesto
                        Destando a nuova doglia quest’ossa oramai fatte pietra
                                                                                         (Primo Levi)

          Aldo Borghesi

carlo hendel

Carlo nasce nei primi mesi del '50 e trascorre la sua infanzia a Roma, nella zona centrale della capitale, a “due minuti a piedi” da Piazza di Spagna. Di padre polacco e con la mamma abruzzese, Carlo aveva un fratello in Polonia, ed ha tre sorelle: una in Polonia e due in Italia. All'età di 22 anni si trasferisce nel paesino abruzzese di Barete e vi svolge attività libero-professionale per circa dieci anni. Consegue la nomina, da parte del Ministero di Grazia e Giustizia, alla Direzione Agrozootecnica della Casa di Reclusione dell'Asinara, evento che lo farà incontrare con l'isola e con la Sardegna. Vive e lavora con passione all’Asinara, per circa cinque anni, dal 1982. Alla vigilia della trasformazione dell’isola in Parco, partecipa come coautore, al volume “ASINARA” Storia, natura, mare e tutela dell’ambiente (Delfino Editore 1993) curato da A. Cossu, V. Gazale, X. Monbaillu e A. Torre, per la parte riguardante la Storia agricola e l’ordinamento carcerario. ------------------------------------------------------------------------------ L'Asinara non sarà più dimenticata. Blogger dal 2000 sotto vari pseudonimi, e con svariati blog. Nel 2007 pubblica una nota "L'Asinara - La storia scritta dai vincitori" con la quale, per la prima volta, rivendica per l'isola il suo "diritto inalienabile alla storia". Nel 2016 pubblica questo portale personale investendo notevoli energie e risorse solo con l'intento divulgativo e per testimoniare la storia dell'isola senza preconcetti o preferenze, per tutti i periodi e le vicissitudini attraversati dall'Asinara. Prosegue la sua attività lavorativa prima a Castelfranco Emilia (MO), poi a Roma (D.A.P.) ed infine a Viterbo ove maturerà il tempo della agognata quiescenza. All'età di 59 anni la sua vita cambia in modo importante, ma non è questa la sede propria di siffatta narrazione. -------------------------------------------------------------------------------------- Si definisce, da sempre, un ecoagricoltore e ancora oggi, produce olio biologico extravergine di oliva per autoconsumo, coltiva il suo orto con metodi esclusivamente naturali ed alleva animali da cortile. Carlo spesso ama dichiarare di aver avuto cinque o sei vite, ora ha due splendidi nipotini ed un diavolo per capello! Il resto lo lasciamo ai posteri......

Scrivi il tuo commento