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Il punto di più breve distanza dalla libertà. Un sogno?
Il punto di più breve distanza dalla libertà. Un sogno?

Innocenti evasioni….

Che sensazione di leggera follia
sta colorando l’anima mia
immaginando preparo il cuscino
qualcuno
è già nell’aria qualcuno
sorriso ingenuo e profumo

ll sogno è stato il sesto album discografico di Lucio Battisti, viene pubblicato il 24 aprile 1972 ed in quell’album trova posto un brano “innocenti evasioni” dal quale è stata tratta l’idea dell’articolo e non certo perchè le evasioni siano innocenti.

Ecco un interessante argomento che nonostante la mia rilassante premessa non passerà certo inosservato

Evasioni dall’Asinara.

Ai sensi dell’art. 385 del codice penale, chiunque, essendo legalmente arrestato o detenuto per un reato, evade è punito con la reclusione da sei mesi ad un anno. La pena è della reclusione da una a tre anni se il colpevole commette il fatto usando violenza o minaccia verso le persone, ovvero mediante effrazione; ed è da tre a cinque anni se la violenza o minaccia è commessa con armi o da più persone riunite.

Partiamo da un assunto molto utilizzato dai giornali (il web era di là da venire) anche durante la permanenza della struttura penitenziaria, infatti sui quotidiani dell’epoca facilmente si potevano trovare titoli di questo tenore: “la Caienna italiana” oppure l’’Alcatraz nazionale” sottintendendo, con queste definizioni, la presunta inviolabilità della struttura penitenziaria e questa fama è rimasta nell’immaginario collettivo come un dato incontrovertibile.

Una frase, riferita dal giornalista a Matteo Boe si può leggere nell’articolo di La Repubblica:

“un’impresa che in precedenza (e in seguito) non era riuscita a nessuno”.


Senz’ombra di dubbio possiamo affermare che la notizia che circolava sui quotidiani dell’epoca, non era corrispondente al vero.

Su questo argomento ovviamente non si può essere precisi né esaustivi poiché troppo poco tempo è passato e ragioni di riservatezza consigliano l’anonimato sugli attori principali.

da La Repubblica del 25 nov. 2003

Chi è Matteo Boe la primula rossa sarda CAGLIARI –

Matteo Boe, che oggi ha 45 anni, divenne negli anni ’80 la primula rossa del banditismo sardo, per un’impresa che in precedenza (e in seguito) non era riuscita a nessuno: evadere dall’Asinara. Cosa che fece, insieme con un complice, Salvatore Duras, il primo settembre 1986, fuggendo a bordo di un gommone. Boe, che era in carcere per una condanna a 16 anni di reclusione per il sequestro di Sara Niccoli, si è visto successivamente infliggere una condanna a quattro anni di reclusione per l’ evasione. L’ex latitante era stato bloccato il 13 ottobre 1993 dalla polizia francese di Porto Vecchio, dove si trovava da alcuni giorni insieme con la sua convivente, Laura Manfredi, all’epoca incinta, e i loro due figlioletti, Luisa e Andrea.

Interessanti documentazioni originali su questo episodio sono state, tra l’altro, pubblicate nell’ottimo volume “Le carte liberate” di Vittorio Gazale e Stefano A. Tedde  2016  Editore Carlo Delfino

                                                    La copertina del libro "Le Carte Liberate"

 

Ovviamente per sfiorare questo importante momento nella vita di tutta l’isola e farlo in modo non banale, è obbligatorio prendere, in carico, sia pure per sommi capi, la psicologia della persona che tenta la fuga:

  • che ha commesso un reato,
  • che viene condannata con sentenza definitiva e
  • che viene ristretta (un modo elegante per non dire carcerato) per un periodo che non è certamente breve in un luogo più o meno vasto, senza avere possibilità di scelta.

Non è questa la sede, ma appare corretto non sorvolare sul fatto che la Carta Costituzionale all’art. 27, c.3° afferma: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.”

Si sono scritti fiumi di parole dell’ingresso nella struttura penitenziaria come di una esperienza indicibile spersonalizzante, indubbiamente, fossi io un pittore, dipingerei un quadro con tinte molto forti.

innocevas-ch2016Giampaolo Cassitta e Lorenzo Spanu[1] sul punto hanno affermato che “si dedica molto tempo in carcere a pensare alla fuga. Si costruiscono storie, si imbastiscono piani, si arriva quasi alla paranoia”. Affermano inoltre che “fuggire veramente, provarci davvero è molto più difficile di pensarci. I piani sono costruiti per essere soffocati.

Il detenuto ha un diritto recondito alla fuga, l’agente ha il dovere primario di sventare le evasioni.

All’Asinara, oltre quello già detto si aggiungeva un altro enorme richiamo, che non deve essere sottovalutato ed era quello di poter essere definito l’unica persona che è riuscita ad evadere dall’isola.
Ma quella che era una condizione particolare, cioè l’insularità, diventava per gli evasi una ulteriore difficoltà, poiché essi dovevano superare il muro di cinta della struttura, ma l’impresa più ardua era quella di riuscire a lasciare l’Asinara.

Più di una quarantina di tentativi di evasione sono stati messi in atto nella struttura penitenziaria in un trentennio, a partire dal 1960-65.

LA LOCALIZZAZIONE DELLE STRUTTURE PENITENZIARIE

Gli edifici destinati all’alloggio dei detenuti, presenti in ogni Diramazione, sono tutt’ora circondati dal muro di cinta, inoltre le coste dell’Asinara erano costantemente sorvegliate dalle motovedette della Polizia Penitenziaria di stanza a Porto Torres ed a Stintino.

il tratto Fornelli - Isola Piana

il tratto Fornelli – Isola Piana

Il punto di più breve tragitto per raggiungere la Sardegna era, ed è, posizionato tra Fornelli – Isola Piana – Stintino, (visivamente molto ben individuato nell’immagine di Sognasinara in testa all’articolo) complessivamente una distanza complessiva di poco più di 2,5 km (2,733), ma i due tratti di mare da percorrere, eventualmente a nuoto o con mezzi acquatici di fortuna sono: Fornelli – Isola Piana (850 metri circa) e Isola Piana – La Pelosa (Stintino) di 580 metri circa.

Entrambi i tratti d’acqua costituiscono due corridoi marini poco profondi, in cui le correnti trasversali sono però molto forti e costringono anche i nuotatori più dotati ed esperti a deviare il tragitto verso quello che usualmente era denominato “mare di fuori”.

Isola Piana - Stintino

il tratto Isola Piana – Stintino

A dispetto dell’impressione visiva di relativa vicinanza l’impresa di attraversamento a nuoto non era senza pericolo e spesso destinata all’insuccesso.

In almeno una occasione fu ritrovato un fuggitivo deceduto in mare nel tratto di Fornelli – Isola Piana.

 

 

 

 

IL MANCATO RIENTRO

Non appena veniva comunicato il “mancato rientro” cioè era divenuta certa la irreperibilità della persona e si presumeva fosse in atto il tentativo di evasione, veniva diramato l’allarme a tutte le strutture.

Ricevuto l’allarme ogni Capo diramazione prontamente impartiva l’ordine di rientro dei detenuti in cella e procedeva con la conta numerica, mentre gli agenti incaricati al controllo degli “sconsegnati” [2] eseguivano il rientro immediato in diramazione di tutti i lavoranti all’esterno, pastori, stradini, meccanici delle officine, elettricisti, muratori etc, cioè tutte quelle persone che, in funzione delle predette attività lavorative esercitate, potevano godere di una relativa libertà di movimento. Gli addetti al bestiame cioè i pastori, erano poi in grado di orientarsi perfettamente sul territorio per cui potevano essere considerati potenzialmente in grado di fornire aiuto al o ai fuggitivi.

Una volta completate le operazioni di controllo veniva individuato, con assoluta certezza, il numero ed i nominativi del o dei fuggitivi.

Una delle prime azioni previste era quella di posizionare ed allertare la sorveglianza continua in punti prestabiliti, ad esempio in tutto quel tratto di costa che fronteggia Capo Falcone ed è di prossimità relativa con la terraferma.

In relazione alla diramazione dove era ristretto il presunto fuggitivo, venivano predisposti anche dei posti di controllo nei punti in cui il terreno si restringeva, come nella zona di Stretti e di Cala di Sgombro e nei punti di maggiore visibilità, come Punta Scomunica ove era presente un servizio di sentinella che copriva l’arco delle 24 ore.

graziano-mesina“Grazianeddu”  GRAZIANO MESINA

Penultimo di undici figli di un pastore, Pasquale e sua madre Caterina Pinna è considerato il principale bandito sardo del dopoguerra che ha all’attivo 10 evasioni portate a termine su 22 tentativi di fuga.
La più celebre e curiosa è sicuramente quella del 1964 quando, durante il trasferimento ferroviario per un processo a Cagliari, Mesina riuscì a scappare dalla toilette di un treno fermo alla stazione di Macomer.

EVASIONE IN CORSO

Personale della Polizia Penitenziaria appositamente incaricato verificava che fossero presenti in rada e custodite con catene e lucchetti, tutte le imbarcazioni registrate nell’isola.

Accertato il tentativo di evasione ed individuata la o le persone che l’avevano messo in atto, la prassi (oltre che la legge) voleva che si avvisasse, il Magistrato di Sorveglianza, il Prefetto, il Questore e le forze dell’ordine operanti all’esterno dell’istituto, che istituivano posti di blocco soprattutto a Stintino, una zona logisticamente di relativamente facile controllo.

Sull’isola intanto si predisponevano i gruppi di ricerca dell’evaso, in qualche caso è stato costituito un gruppo di agenti di polizia penitenziaria composto da 3, 4 unità particolarmente esperte del territorio, gruppo finalizzato al monitoraggio notturno, anche attraverso l’uso di visori a infrarosso, per il controllo della zona dove si presumeva potesse transitare il fuggitivo.

Il personale presente nell’isola non poteva allontanarsi dalle usuali residenze e qualora avessero avuto necessità spostarsi dai centri abitati, gli agenti come i familiari residenti dovevano lasciare le indicazioni e le motivazioni al “centralino” quel piccolo fabbricato sotto la chiesetta di Cala d’Oliva che, oltre a custodire l’armeria del personale di Polizia Penitenziaria, costituiva il punto nodale, il coordinamento delle operazioni di ricerca ed era costantemente in collegamento diretto con il Direttore della Casa di Reclusione e con il Comandante del Corpo.

Anche il personale fuori servizio, in riposo, in permesso o in congedo (ferie) veniva prontamente richiamato, e coloro che erano all’interno della struttura penitenziaria non uscivano finché non veniva diramato il cessato allarme.

I TENTATIVI DI FUGA

Bisogna però concludere che tutti i tentativi di evasione sono stati seguiti dalla cattura degli evasi in un tempo più o meno lungo ed in luoghi prossimi o lontanissimi dalla Sardegna. Però di un numero discreto di evasi non si è avuta più notizia, ma non per questo si può affermare che l’evasione sia fallita.

Gianfranco Massidda ricorda molti di questi tentativi, come quello posto in essere da quattro detenuti che partirono dalla Stazione Sanitaria rubando una barchetta della Stazione e per nasconderla l’affondarono con sassi tra Cala Reale e Trabuccato, con l’intenzione di recuperarla una volta passato l’allarme e, con quella, fuggire dall’isola.
Furono ripresi prima di poter attuare il piano.

 

Lo stesso Massidda racconta che, nel 1946 fu addirittura il nonno Guglielmo a mettere a disposizione della

Foto Archivio Gianfranco Massidda 1946

(1)Arch. Gianfranco Massidda 1946.

Direzione della Casa di Reclusione, l’imbarcazione della famiglia, e quindi alle quattro di notte sul natante salirono due guardie armate per la cattura di quattro detenuti evasi.
La Direzione all’epoca non disponeva di mezzi navali ed al Sig. Guglielmo fu rilasciato un attestato di ringraziamento firmato dal Vice Direttore Ragusa (1).

Oppure nelle cronache dell’epoca fece scalpore quel detenuto siciliano Raffaele Moschitto di Palermo detenuto per l’omicidio di un ufficiale che riuscì nell’intento di evadere da Pianosa, ma dopo qualche tempo fu riconosciuto nei giardini di Sassari dal Brigadiere Giuseppe Luzi detto “Peppe” di Fornelli e ricatturato. http://www.isola-asinara.it/?p=4893&preview=true

Un pastore invece tentò la fuga e si nascose nella torre che sovrasta Cala d’Oliva, ma fu scoperto perché, pensando di non essere controllato, usciva di notte a mangiare fichi; fu scoperto anche che riceveva viveri e notizie dall’acquaiolo, cioè quel detenuto che si approvvigionava di acqua potabile dalle fonti e, con un carretto trainato da muli la distribuiva giornalmente alle famiglie del paesello.

distribuzione

 

COSTANTINO BARRANCA DI SEDILO

Di qualcuno di questi tentativi parla anche Lorenzo Spanu nell’intervista rilasciata a Martina Sanna nel maggio del 2006.

Nell’intervista, che poi costituirà il nucleo di un interessante lavoro “il Carcere dell’Asinara” dell’autrice, pubblicato in Diacronie – Studi di Storia Contemporanea: il dossier: Davanti e dietro le sbarre: forme e rappresentazioni della carcerazione, N. 2, 1|2010, la Sanna ripercorre l’esistenza della struttura penitenziaria dell’Asinara dagli anni Settanta sino al 1998, anno della sua effettiva chiusura.zattera-barranca-archivio-l-spanu

Lo stesso Lorenzo Spanu riferisce dell’evasione prolungata messa in atto, nel 1979, da Costantino Barranca di Sedilo che si nascose in una grotta sull’isola e resistette, senza farsi scoprire, per ben 22 giorni.

La fuga era stata programmata accuratamente poiché nella grotta furono ritrovati i viveri e una zattera rudimentale (foto L. Spanu)  in grado di galleggiare perfettamente.

 

 

EVASIONE TRAGICA CON LE BORSE DELL’ACQUA CALDA

Sempre nel 1979 due detenuti Abbate Santo di 24 anni, Catanese e Giampiero Aimo di 21 anni, di Pavia tentano la fuga dalla diramazione di Trabuccato.

Dovevano scontare ancora sette anni il primo e sei il secondo.

Sono due lavoranti e la fuga viene scoperta la sera al rientro in Diramazione, il mare non faceva presagire nulla di buono e indusse la Direzione a pensare che i due detenuti non avessero tentato la fuga in mare.

borsa-acqua-calda

Dopo quattro giorni i giornali (articolo dell’Unità) smentiscono l’ipotesi della Direzione dell’Istituto poichè danno la notizia che due subacquei hanno avvistato un corpo al largo di Castelsardo e viene riconosciuto per quello di Giampiero Aimo.
Stretti alla vita dell’annegato vengono reperiti due contenitori in gomma, gonfiati ad aria ed utilizzati normalmente per il riscaldamento personale, le cosiddette borse per l’acqua calda.

Del secondo fuggiasco non si sono più avute notizie.

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IL CAVALLARO DI CAMPO PERDU

L’addetto alla cura degli equini di Campo Perdu comunemente chiamato il “cavallaro” si costruì con il pelo dei cavalli una parrucca che mise nel suo letto assieme a degli stracci facendo sembrare che lui fosse addormentato e l’inganno riuscì poiché l’assenza e la fuga furono scoperte solo la mattina successiva.

Il fuggitivo però, avvantaggiato dal mare calmo, al momento dell’allarme, era ormai lontano dall’Asinara poiché, riuscito a sottrarre una barca a Cala Reale, durante la notte si era diretto a remi decisamente verso Punta Negra dove era sbarcato nascondendosi di giorno e raggiungendo a piedi, camminando di notte, la ferrovia di Porto Torres senza essere avvistato.

Fece però l’errore di chiedere ad alcuni operai che lavoravano quale fosse la direzione per arrivare alla Stazione di Porto Torres.

I lavoratori si avvidero della stranezza della richiesta e gli indicarono la direzione contraria, inoltre avvertirono immediatamente i carabinieri che, giunti sul posto, ripresero l’evaso di Campo Perdu.

Possiamo quindi concludere che altre persone sono evase dalle strutture penitenziarie dell’Asinara e, nel periodo in cui furono ospitati i componenti delle Brigate Rosse fu ideato anche un piano per l’evasione di massa di 80 detenuti dalla Diramazione di Massima sicurezza di Fornelli, ma questo argomento sarà oggetto di altro articolo.

A volte, quando ero in servizio sull’isola, mi accorgevo di soffermarmi sull’incidenza dell’elemento “natura” per considerare cosa significasse per una persona detenuta la vista di quello che noi definiamo, senza pensarci troppo su, “il panorama“.

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Uno spettacolo unico, meraviglioso e struggente come quello sopra offerto dall’obiettivo magistrale di Enzo Cossu, doveva indubbiamente suscitare emozioni contrastanti fino a toccare, ancor di più di mille parole, l’intimità dell’anima.

(03.10.2016)

 

 

 

[1] (da Supercarcere Asinara – di G. Cassitta e L. Spanu)

[2] Nel 1973, pochi anni prima della riforma si usava un appellativo che all’Asinara rimase sino alla sua chiusura definitiva, seppure abbandonato dalle leggi: il detenuto “sconsegnato” ovvero privo di consegna.
“Essere sconsegnati non era facile ma, in certe occasioni, non era neppure tremendamente difficile: occorreva, in qualche maniera, essere bravi nell’arte di arrangiarsi, saper sorridere nei momenti giusti, rispondere in maniera docile agli agenti e il gioco era fatto. Si diventava sconsegnati con tutto ciò che questa definizione significava per i detenuti e per gli agenti; vivere da sconsegnati era una fetta virtuale di libertà in tasca, significava poter camminare dentro l’isola in assoluta libertà; i lavori più ambiti erano il pastore, lo stradino, l’addetto alle foresterie e l’elettricista.” (da Supercarcere Asinara – di G. Cassitta e L. Spanu)

 

 

 

 

carlo hendel

Carlo nasce nei primi mesi del '50 e trascorre la sua infanzia a Roma, nella zona centrale della capitale, a “due minuti a piedi” da Piazza di Spagna. Di padre polacco e con la mamma abruzzese, Carlo aveva un fratello in Polonia, ed ha tre sorelle: una in Polonia e due in Italia. All'età di 22 anni si trasferisce nel paesino abruzzese di Barete e vi svolge attività libero-professionale per circa dieci anni. Consegue la nomina, da parte del Ministero di Grazia e Giustizia, alla Direzione Agrozootecnica della Casa di Reclusione dell'Asinara, evento che lo farà incontrare con l'isola e con la Sardegna. Vive e lavora con passione all’Asinara, per circa cinque anni, dal 1982. Alla vigilia della trasformazione dell’isola in Parco, partecipa come coautore, al volume “ASINARA” Storia, natura, mare e tutela dell’ambiente (Delfino Editore 1993) curato da A. Cossu, V. Gazale, X. Monbaillu e A. Torre, per la parte riguardante la Storia agricola e l’ordinamento carcerario. ------------------------------------------------------------------------------ L'Asinara non sarà più dimenticata. Blogger dal 2000 sotto vari pseudonimi, e con svariati blog. Nel 2007 pubblica una nota "L'Asinara - La storia scritta dai vincitori" con la quale, per la prima volta, rivendica per l'isola il suo "diritto inalienabile alla storia". Nel 2016 pubblica questo portale personale investendo notevoli energie e risorse solo con l'intento divulgativo e per testimoniare la storia dell'isola senza preconcetti o preferenze, per tutti i periodi e le vicissitudini attraversati dall'Asinara. Prosegue la sua attività lavorativa prima a Castelfranco Emilia (MO), poi a Roma (D.A.P.) ed infine a Viterbo ove maturerà il tempo della agognata quiescenza. All'età di 59 anni la sua vita cambia in modo importante, ma non è questa la sede propria di siffatta narrazione. -------------------------------------------------------------------------------------- Si definisce, da sempre, un ecoagricoltore e ancora oggi, produce olio biologico extravergine di oliva per autoconsumo, coltiva il suo orto con metodi esclusivamente naturali ed alleva animali da cortile. Carlo spesso ama dichiarare di aver avuto cinque o sei vite, ora ha due splendidi nipotini ed un diavolo per capello! Il resto lo lasciamo ai posteri......

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