Home / Persone / L’abito, il marchio
Rupicapra_rupicapra_0

L’abito, il marchio

L’animale, maestoso raffigurato nell’immagine di apertura, che sembra osservarci attentamente dal  suo ambiente naturale è il Camoscio alpino (Rupicapra rupicapra Linnaeus 1758) un mammifero, artiodattilo, della famiglia dei Bovidi (da Wikipedia) somiglia molto alla capra ed alla pecora, nella sottofamiglia dei caprini.

Chi non ricorda le prime poesie, apprese a memoria quando, piccolino, frequentava i primi anni del liceo, il suo autore il grande Giosuè Carducci la titolò “Piemonte”

Su le dentate scintillanti vettecamoscio 1
salta il camoscio, tuona la valanga
da’ ghiacci immani rotolando per le
selve croscianti:

ma da i silenzi de l’effuso azzurro
esce nel sole l’aquila, e distende
in tarde ruote digradanti il nero
volo solenne.

Salve, Piemonte! A te con melodia
mesta da lungi risonante, come
gli epici canti del tuo popol bravo,
scendono i fiumi.

Scorrendo il brano, sembra quasi di assistere al salto di questo animale che appare, agli occhi sempre spalancati della fantasia, quasi un volo, spiccato con agilità da una cima all’altra delle montagne alpine e il poeta lo affianca, come rappresentazione del luogo, alla valanga che rotola rumorosa a valle.

Ho già lungamente narrato della presenza di varie specie animali sull’isola dell’Asinara, la capra,  il cinghiale, il cavallo, l’asinello bianco, il muflone che si avvicina molto come portamento e colore del manto, al camoscio, ma forse non sarà inutile chiedersi se, in tempi remoti… forse… potrebbe essere esistito anche  “il camoscio all’Asinara” ?

La risposta, volutamente provocatoria,  è “Si”, ma non è un animale e non è certo quel Rupicapra rupicapra che il poeta fa saltare agilmente da una vetta all’altra.
A tratti questo termine “camoscio” è affiorato nella pagina degli affetti dal mal d’Asinara, si rintraccia sovente nei commenti del personale di Polizia Penitenziaria, quando ci si riferisce ai “detenuti“.

Si proprio di detenuti cioè alle persone sottoposte a privazione della libertà personale, sulla base della sentenza di un Tribunale, che li ha giudicati colpevoli di un reato commesso.

Foto 1) Riproduz. disegno detenuto con catena periodo pre 1902

Foto 1) Riproduz. graf. Detenuto con catena periodo pre-1902

Delinquenti,
assassini,
carcerati,
prigionieri, 
reclusi, 
condannati, 
galeotti, 
ergastolani,
ristretti,

forzati e ….
camosci,
come si vede, sono molti i sinonimi che ci vengono in aiuto per distinguere queste persone, alcuni corretti altri meno.

Ho sempre cercato di rimandare nel tempo sia la citazione pura, che l’etimologia del termine, fino a quando, non tanti mesi fà, mi è capitato di leggere un romanzo scritto, nel 2009, da Francesco Cascini.
Magistrato, prima pubblico Ministero nelle Procure di Locri e  Napoli, poi direttore dell’Ufficio Ispettivo presso il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il 30 luglio 2013, è stato nominato Vice Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il 23.12.2014 è stato confermato fuori del ruolo organico della magistratura e nominato Vice Capo di Gabinetto del Ministro della Giustizia.
Nel 2016 ha ottenuto la nomina di Capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, ruolo ricoperto fino al marzo 2017.

Attualmente (08 giugno 2020) Francesco Cascini svolge le funzioni di pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica di Roma.

Il romanzo si è fregiato della prefazione di Carla Del Ponte, magistrato elvetico che tanta parte ha avuto nelle vicende italiane, in occasione della lotta alla mafia insieme a Giovanni Falcone.

Cascini, nelle prime pagine del romanzo, narrando degli inizi della sua esperienza ispettiva al D.A.P. così scrive….

“… File di brande infilate una sull’altra fino ad arrivare sotto al soffitto. Stranieri, tossicodipendenti, emarginati, persone con problemi mentali, annullati in quei miseri spazi, cominciavano a sembrarmi tutti innocenti, mentre intorno a me tutti cercavano di convincermi che ciascuno di loro, per stare li, aveva fatto qualcosa. Erano colpevoli, erano “camosci”.
I detenuti vengono chiamati in questo modo: camosci.
Qualcuno dice che è dovuto al fatto che all’inizio degli anni ’50 i carcerati indossavano un lungo camice beige fornito dall’amministrazione e così quel nome che utilizza l’abito come un marchio, è rimasto.
Imparai quasi subito anche un altro termine “accamosciato”; era quello che stava dalla parte dei camosci, qualcuno attento ai loro bisogni e alla loro condizione.
Ebbi la sensazione che il mondo che mi circondava mi stesse chiedendo subito di schierarmi, era come se tutti mi guardassero per chiedermi: ma tu da che parte s
tai con le guardie o con i delinquenti?

“Ho scoperto molto presto,” continua l’autore, che questo gioco dei camosci e delle guardie è vissuto come l’unico modo per affrontare la convivenza incolore marrone copia 2 carcere.”
Una semplificazione che permette di non farsi carico delle differenze, degli individui, della loro storia e della loro sofferenza.
E sufficiente trasformarli in numeri di matricola per allontanarli da se, farli diventare estranei, colpevoli e sentire come giusto il modo con il quale vivono, come una punizione sacro santa alla quale bisogna assistere facendo trascorrere quel tempo in cui altri decidono che devono stare lì.”

Poi il narratore confonde, a mio avviso consapevolmente, i piani e continua parlando della “fatica” psicologica del suo lavoro che, a guardar bene, poi non si differenzia moltissimo dal disagio di tutti quegli Agenti di Polizia Penitenziaria che, ogni giorno, trascorrono il loro tempo lavorativo con i carcerati.

” Il tempo ha fatto in fretta il suo dovere e lo scoramento, la tristezza che all’inizio mi invadeva nel vedere quelle vite annullate dietro le sbarre, ha lasciato velocemente il passo al lavoro, alle questioni organizzative, al metodo con il quale dovevo condurre i miei accertamenti. Il mio compito è quello di fare ispezioni nelle carceri.
E’ il destino di mestieri come questi, quello di abituarsi al dolore, alle cose che la prima volta che le vedi ti sembrano orribili e che invece lentamente diventano normali, parte di un quotidiano che non ti sconvolge più, altrimenti non sopravvivi.

Al di là del libro che esplicita un termine fino ad ora rimasto criptico ai più, mi preme ricordare che ogni generalizzazione appare del tutto disdicevole, oltre che ingiusta, ed anche in questo caso. Questi due termini “camoscio” ed “accamosciato” vengono utilizzati con accezioni più o meno gravate da connotazioni negative, sopratutto in relazione a chi ne fa uso.
Camoscio: definizione di detenuto.
Accamosciato: dicesi di persona che, nell’artificiosa distinzione tra “agenti” e “detenuti”, viene collocato tra coloro che prestano attenzione alla condizione dei secondi, quasi che sia possibile e anche legittimo, esercitare questa forzata contrapposizione.

camoscio


LA DIVISA DEI DETENUTI

In questi giorni e nei mesi iniziali del 2020 in cui, purtroppo ha impazzato il virus Covid 19, sono divenuti d’uso comune, termini come pandemia e neologismi tipo “lockdown” in luogo di blocco delle attività oppure “smart working” al posto di  “lavoro leggero”.

Oltre al virus che ha diffuso la malattia facendo vittime in gran numero, non ci siamo fatti mancare nulla ed il relazione alla scuola e alle misure di distanziamento precauzionale, a tutela dei ragazzi, abbiamo riscoperto i facili ricorsi alle frasi fatte e alle vignette caricaturali con riferimenti più o meno ammiccanti alla condizione penitenziaria, per cui è divenuto inevitabile l’accostamento del “divieto di passeggiata” alla “detenzione carceraria” come risulta evidente nella foto 3) rintracciata in rete, in cui, spiccano le divise degli alunni pseudo-detenuti.

Concetti e situazioni che così vengono percepiti nell’immaginario collettivo,  e si trasfigurano “nell’onnipresente” casacca a righe bianche e nere.

Foto 3) Accostamenti indebiti

Foto 3) Accostamenti indebiti

Le uniche imposizioni negli istituti penitenziari italiani, relative al vestiario, sono quella che riguarda il divieto dell’acquisto di abiti di esagerato valore economico e l’altra che bandisce l’utilizzo di cinture e stringhe di qualsiasi tipo, quest’ultima introdotta allo scopo di evitare esiti drammatici nelle azioni autolesionistiche violente.

Pantalone

Foto 2) Pantalone

Sopra ho riportato un riquadro composto da  strisce di stoffa in cui appare la scritta “color camoscio“, le strisce sono del colore della divisa dei detenuti che non è, come affermato da Francesco Cascini nel suo romanzo “ un lungo camice beige fornito dall’amministrazione” da cui trae origine l’associazione lessicale al camoscio, bensì al colore del manto dell’animale che ho riportato del riquadro e nella foto 2) dove è ritratta una gamba vestita dal pantalone dell’amministrazione.
Ad onor del vero, per quello che mi consta, non posso non precisare che i detenuti addetti alle attività agrozootecniche della C.R. dell’Asinara, non solo indossavano questi abiti, ma mostravano anche di gradirli per le seguenti pratiche ragioni:

  • evitavano il consumo degli abiti propri;
  • erano costituiti da tessuto in cotone molto resistente agli strappi e lavabile con il normale sapone da bucato.

In quest’altro articolo che linko, (riguarda il muflone) sono perfettamente visibili due immagini che ritraggono detenuti in attività di lavoro con abiti dell’Amministrazione, nella seconda foto pubblicata nella pagina indicata, che riguarda una delle prime battute di cattura del mufloni del 1985, si riconoscono moltissimi detenuti che indossano, oltre ai pantaloni dal caratteristico colore, anche la giacca dell’amministrazione.

 

 

carlo hendel

Carlo nasce nei primi mesi del '50 e trascorre la sua infanzia a Roma, nella zona centrale della capitale, a “due minuti a piedi” da Piazza di Spagna. Di padre polacco e con la mamma abruzzese, Carlo aveva un fratello in Polonia, ed ha tre sorelle: una in Polonia e due in Italia. All'età di 22 anni si trasferisce nel paesino abruzzese di Barete e vi svolge attività libero-professionale per circa dieci anni. Consegue la nomina, da parte del Ministero di Grazia e Giustizia, alla Direzione Agrozootecnica della Casa di Reclusione dell'Asinara, evento che lo farà incontrare con l'isola e con la Sardegna. Vive e lavora con passione all’Asinara, per circa cinque anni, dal 1982. Alla vigilia della trasformazione dell’isola in Parco, partecipa come coautore, al volume “ASINARA” Storia, natura, mare e tutela dell’ambiente (Delfino Editore 1993) curato da A. Cossu, V. Gazale, X. Monbaillu e A. Torre, per la parte riguardante la Storia agricola e l’ordinamento carcerario. ------------------------------------------------------------------------------ L'Asinara non sarà più dimenticata. Blogger dal 2000 sotto vari pseudonimi, e con svariati blog. Nel 2007 pubblica una nota "L'Asinara - La storia scritta dai vincitori" con la quale, per la prima volta, rivendica per l'isola il suo "diritto inalienabile alla storia". Nel 2016 pubblica questo portale personale investendo notevoli energie e risorse solo con l'intento divulgativo e per testimoniare la storia dell'isola senza preconcetti o preferenze, per tutti i periodi e le vicissitudini attraversati dall'Asinara. Prosegue la sua attività lavorativa prima a Castelfranco Emilia (MO), poi a Roma (D.A.P.) ed infine a Viterbo ove maturerà il tempo della agognata quiescenza. All'età di 59 anni la sua vita cambia in modo importante, ma non è questa la sede propria di siffatta narrazione. -------------------------------------------------------------------------------------- Si definisce, da sempre, un ecoagricoltore e ancora oggi, produce olio biologico extravergine di oliva per autoconsumo, coltiva il suo orto con metodi esclusivamente naturali ed alleva animali da cortile. Carlo spesso ama dichiarare di aver avuto cinque o sei vite, ora ha due splendidi nipotini ed un diavolo per capello! Il resto lo lasciamo ai posteri......

Scrivi il tuo commento