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Sinuaria I.Chelo 2018

Il Diario di un maestro rurale – seconda parte

Bell’immagine in evidenza eh!
L’ha scattata Ivan Chelo e rappresenta, direi in modo superbo, il teatro in cui si svolsero i fatti accaduti nel lontano 1938 e tramandatici dal Maestro Rurale Salvatore C.
La Scuola di Cala Reale all’Asinara è il palcoscenico e portava il nome di un capitano degli Alpini Stefano Curti (Stefanino) di Imola (BO) (1895 – 1917) muore in combattimento nella difesa del Piave due giorni prima del suo 22° compleanno e viene insignito ufficialmente alla memoria della medaglia d’oro al valore militare con R.D. del 1.11.920.
Le quinte sono le splendide colline che fanno da anfiteatro, in platea il mare assiste tranquillo alla rappresentazione della vita che si svolgeva ieri, come oggi e domani, all’Asinara.


Riprendiamo le fila!

Facciamo un brevissimo riepilogo della prima puntata…..  il “Maestro rurale” Salvatore C. è originario di Pozzomaggiore, un piccolo comune a vocazione agricola nella provincia di Sassari e si è diplomato “Maestro rurale” a Oristano all’età di 21 anni. Aveva trentasei anni, quando giunse sull’isola dell’Asinara e la sua salute era malferma, inoltre le sue risorse economiche sono molto limitate, ma decide comunque di accettare il gravoso incarico.

AVVERTENZE PER L’USO L’assenza di fonti qualificate ha costretto appassionati e storici dell’epoca a far riferimento ai diari dei maestri rurali per documentare situazioni e dati di fatto realmente accaduti.
In questa sede, per rendere maggiormente fruibile il racconto, ho suddiviso il “Diario di un maestro rurale” in sette brevi capitoli, personalmente titolati.
Il testo del Diario invece non è stato minimamente modificato e riporta esclusivamente le impressioni dell’autore del “Giornale di Classe”, i capitoli sono i seguenti e questa volta ci occuperemo dei capitoli in grassetto colorato in blu:

  • La valigia di fibra;
  • L’assenteismo borioso;
  • Natale in carcere;
  • I finti vivi;
  • Il potere del gerarca;
  • Svaghi isolani
  • La cultura 

Abbiamo iniziato, qualche giorno fa, dal primo capitolo, al termine delle tre parti in cui ho suddiviso la  pubblicazione, tutto il documento originale sarà patrimonio dei cortesi lettori.

Tutti i fatti raccontati dal Maestro Rurale Salvatore C. necessitano dell’ovvio conforto e di ulteriori conferme, o, eventualmente, smentite.
Sono già in possesso di contributi che saranno successivamente pubblicati.
Sottolineo nuovamente che Non tutte le categorie menzionate nel diario sono omogenee e univoche, sicuramente insieme a persone che hanno compiuto atti esecrabili, vi sono stati altri che li hanno rifiutati, stigmatizzati e /o che si sono dissociati da essi.
Tengo molto che questa narrazione conservi il suo originale senso di mera testimonianza, le uniche aggiunte sono riportate nelle note a margine (non presenti nel testo originale) introdotte solo per rendere intellegibili termini desueti.

L’ironia, in questa parte del racconto, espressa con termini particolarmente sprezzanti, di  Salvatore C., lascia trasparire tutta la sofferenza profonda dell’autore, forse causata dalla mancanza di uno spessore culturale, evidente nel rapporto diuturno con i differenti attori del proprio vissuto quotidiano.
Il cognome del Maestro rurale è stato omesso per ragioni di opportunità nonostante i settant’anni previsti per la prescritta liberalizzazione delle fonti.

diario di un maestro rurale PARTE SECONDAFin qui i necessari rimandi, ora rompendo ogni indugio, passo a narrare l’accaduto attraverso la penna del Maestro rurale Salvatore C.

CAPITOLO II   “L’assenteismo borioso”

E’ sconsolante iniziare l’anno scolastico senza conoscere le famiglie degli alunni, ma è ancora più sconsolante apprendere che questo antipatico assenteismo è dovuto, nientemeno, a ragioni….. di prestigio!

Un agente di custodia, in questo piccolo mondo di monocoli[1], si ritiene un’autorità, un uomo dell’avvenire assicurato. Con questo spirito pantofolaio, perché scendere dal loro olimpo? Perché, abbassarsi ad entrare in una scuola rurale? Perché perdere il tempo ad ascoltare uno che, in quanto a paga percepisce meno d’uno d’essi?

Forse ch’essi non si erudiscono leggendo coscienziosamente sul giornale l’avvincente pagina degli avvisi economici o l’appassionante rubrica di chi nasce, di chi si sposa e di chi muore?

Con la stessa mentalità, ma con boria pari al grado, ragionano il signor sottocapo degli agenti di custodia, l’illustre comandante degli agenti di custodia e i colendissimi[2] dirigenti della colonia penale[3] .

A tutta questa brava gente, abituata a ragionar col ventre, sarà certamente sfuggita la notizia che tanto S.E. il Ministro degli Esteri, quanto stesso Ministro dell’Educazione Nazionale accompagnano, all’inizio dell’anno scolastico, i loro figliuoli a scuola.

capo guardia copia

Capitolo III    “Natale in carcere”

A mezzanotte per la messa di Natale dentro il carcere.

I detenuti guidati dalle guardie entrano a due a due. [4] Sono 150. Empiono la chiesa. Sono vestiti di grossa lana a strisce marroni e bianche.

Sopra gli scalini dell’altare risplende un piccolo presepio.

Serve la messa il comandante delle guardie carcerarie in borghese, e la serve bene. Ogni tanto apre un suo libriccino, inforca gli occhiali e legge.

Stasera non pensa che all’altare, al messale, alle ampolle. Ha lo sguardo buono, fermo, paterno.

Vicino all’altare e attento al racconto adorabile e al facile latino di San Luca, avevo dimenticato gli ascoltatori: proprio un altro mondo.

Che pensano? Che sentono? Quell’Infante pannis involuntum[5] non è Gesù, è il loro bambino morbido, roseo, tiepido, odoroso di latte, ridente.
Ipotesi.

Dopo l’elevazione, quando l’officiante s’è seduto sopra una poltrona a destra dell’altare, col dietro della pianeta ben distesa dal capoguardia di là della spalliera, s’alza lento e facile un canto religioso.

Nella musica nessuno, credo, bada le parole. E’ il suono, il motivo, il ritmo lento o rapido, incitato o dolente, a prendere i cuori.

Io ho il torto di pensare al cielo di Natale, gelido, dove le stelle battono gli occhi per il gran freddo, e questi ascoltatori sono invece cullati dal ritmo pulsante e felice.
Ipotesi pure questa.

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CAPITOLO IV  “i finti vivi”

Ricordo di aver letto, non so quando né dove, questa singolare definizione: l’umanità si divide in due distinte categorie: in “finti vivi” e “veri vivi”.

Qui[6] la prima categoria ha una larghissima rappresentanza, che naturalmente pratica, come leggi e consuetudini, l’ipocrisia, l’insulsaggine e la malafede.

Qualche esempio chiarificatore non guasta. Parla un finto vivo: “… Capirà… data la mia posizione… l’alta carica che occupo… conto numerosi amici un po’ dovunque e non esclusi i diversi Ministeri della stessa Città del Vaticano, dove un mio parente, nobile naturalmente, ha un posto importantissimo di fiducia. Il Prefetto, il Federale, il Questore ….. ottimi amici, come pure lo sono del resto il R° Provveditore agli Studi e il Signor Direttore…..

Miles Gloriosus[7]? Venditore di fumo? Non mi interessa. Non posso fare a meno di sorridere pensando al tono della conversazione, alle paure più che significative, alle furbesche strizzatine d’occhio e al puerile tentativo di sbalordire, di mettere in soggezione di circuire.

La scena è stata ben concertata, la recitazione degna d’elogio, ma lo spettatore è rimasto freddo ed indifferente lo stesso.

foto di repertorio

foto di repertorio

Se conversando adoperi voi ti si ascolta con degnazione, con malcelata indifferenza, con impazienza visibilissima.

Solo un maestro rurale può commettere una cafoneria del genere verso chi ha una così grande dimestichezza con tutti gli dei dell’Olimpo e con l’alato Mercurio[8] in particolare.

Se vuoi procurarti cinque minuti di buon umore, adopera pure il “lei” e vedrai il corpo prendere perdere la rigidità ostile di prima, lo sguardo ridiventar buono, e aleggiare sulle labbra un sorriso pieno di consolazione. In tale stato di grazia, si sa, le azioni non vengono sottoposte al più rigido controllo e si arriva quindi, ma non sempre, ad atti confidenziali come quello di passeggiare con il braccio infilato nel tuo.

Se durante le ore di lezione con le ricorrenze nazionali indossi la camicia nera, ecco i soliti sorrisi motteggiatori. A loro pezzi grossi o pseudo pezzi grossi è permesso, secondo una specialissima loro logica, girovagare anche senza distintivo.

Tu sei granellino di sabbia nel deserto; ogni alitar di vento ti scuote e se vuoi conservare il tuo posto al sole occorre attenerti, con ogni burocratica precisione, ad ogni ordine e norma.

Se non erro siamo nell’anno XVII° dell’Era Fascista[9].

firma salvatore c.
NOTE A MARGINE
 
[1] Il monocolo (a volte chiamato anche caramella) è un tipo di lente utilizzata per correggere o migliorare la vista di un solo occhio. È costituito da una lente circolare, generalmente con una sottile montatura intorno alla circonferenza, che può essere collegata ad un cordino. L’altra estremità del cordino è poi collegato all’abbigliamento di chi indossa il monocolo, per evitare di perderlo. Si indossa, incastrandolo nell’orbita dell’occhio. (f. Wikipedia)
[2]colendissimo” nell’uso epistolare di un tempo, onorevolissimo.
[3] si noti l’utilizzo, non casuale, delle lettere minuscole per sottolineare la scarsa considerazione del maestro rurale Salvatore C. per tutte queste figure professionali.
Il Direttore, il Vice Direttore, il Ragioniere e L’Agronomo, facevano parte della dirigenza della colonia penale.
[4] Nel periodo fascista la partecipazione dei detenuti alle pratiche religiose era obbligatoria e veniva concepita essenzialmente come strumento di controllo disciplinare, in base alla regola che ovunque […] v’è una unione di persone, tenuta ferma da un sistema di disciplina obbligatoria, non è consentito ai singoli di astenersi dalla partecipazione alle funzioni regolamentari collettive del culto dello Stato, perché queste sono una manifestazione di quella disciplina morale, che è la base di ogni forte ordinamento […].
[5]infante pannis involuntum” allocuzione latina presente nel testo del canto natalizio Adeste fideles. Trad. letterale “bambino involto nei panni”.
[6] il riferimento è all’isola dell’Asinara in cui il maestro rurale vive.
[7]Miles gloriosus” è una commedia di Plauto scritta tra la fine del III e l’inizio del II secolo a.C. (Il soldato fanfarone, anche detto Il soldato millantatore o Il soldato spaccone).
[8] Mercurio (Mercurius, nome latino del dio greco Hermes) una divinità che rappresenta nella mitologia greca e romana, il protettore dell’eloquenza, del commercio e dei ladri.
[9] Modalità di misurazione temporale introdotta dal regime fascista come forma di esaltazione del periodo e del regime. Il periodo indicato va dal 20.10.1938 al 27.10.1939

 

                                                                                    FINE SECONDA PARTE

carlo hendel

Carlo nasce nei primi mesi del '50 e trascorre la sua infanzia a Roma, nella zona centrale della capitale, a “due minuti a piedi” da Piazza di Spagna. Di padre polacco e con la mamma abruzzese, Carlo aveva un fratello in Polonia, ed ha tre sorelle: una in Polonia e due in Italia. All'età di 22 anni si trasferisce nel paesino abruzzese di Barete e vi svolge attività libero-professionale per circa dieci anni. Consegue la nomina, da parte del Ministero di Grazia e Giustizia, alla Direzione Agrozootecnica della Casa di Reclusione dell'Asinara, evento che lo farà incontrare con l'isola e con la Sardegna. Vive e lavora con passione all’Asinara, per circa cinque anni, dal 1982. Alla vigilia della trasformazione dell’isola in Parco, partecipa come coautore, al volume “ASINARA” Storia, natura, mare e tutela dell’ambiente (Delfino Editore 1993) curato da A. Cossu, V. Gazale, X. Monbaillu e A. Torre, per la parte riguardante la Storia agricola e l’ordinamento carcerario. ------------------------------------------------------------------------------ L'Asinara non sarà più dimenticata. Blogger dal 2000 sotto vari pseudonimi, e con svariati blog. Nel 2007 pubblica una nota "L'Asinara - La storia scritta dai vincitori" con la quale, per la prima volta, rivendica per l'isola il suo "diritto inalienabile alla storia". Nel 2016 pubblica questo portale personale investendo notevoli energie e risorse solo con l'intento divulgativo e per testimoniare la storia dell'isola senza preconcetti o preferenze, per tutti i periodi e le vicissitudini attraversati dall'Asinara. Prosegue la sua attività lavorativa prima a Castelfranco Emilia (MO), poi a Roma (D.A.P.) ed infine a Viterbo ove maturerà il tempo della agognata quiescenza. All'età di 59 anni la sua vita cambia in modo importante, ma non è questa la sede propria di siffatta narrazione. -------------------------------------------------------------------------------------- Si definisce, da sempre, un ecoagricoltore e ancora oggi, produce olio biologico extravergine di oliva per autoconsumo, coltiva il suo orto con metodi esclusivamente naturali ed alleva animali da cortile. Carlo spesso ama dichiarare di aver avuto cinque o sei vite, ora ha due splendidi nipotini ed un diavolo per capello! Il resto lo lasciamo ai posteri......

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